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Dobbiamo smetterla di idolatrare i calciatori
Si dice che l’età adulta arriva quando i nostri idoli con la palla al piede sono più giovani di noi. È un’idea interessante, ma credo che debba essere riformulata: l’età adulta arriva quando la smettiamo di idolatrarli in generale. Farlo oggi è senza dubbio più semplice. I calciatori di quest’epoca, infatti, da un lato sono eterei, quasi sembrano fuggire il contatto con i tifosi e la gente semplice, dall’altro sono isolati, vivono dentro una bolla che li instupidisce mentre li presenta scintillanti in mondovisione. Ma la colpa di tutto questo non è (solamente) la loro.
La nostra epoca, colmata dall’onnipresenza dell’immagine, è totalmente marcia. Siamo schiavi dell’immagine, tutti. E i calciatori, esposti cento volte più di noi ai riflettori, appaiono naturalmente più inebetiti da questo stato di cose.
Detto in altre parole: è la società nella quale siamo a incretinire la ragione, ad esigere una mente piatta per migliori e più costanti prestazioni. Ecco allora che idolatrare un calciatore, oggi più che ieri, equivale più o meno a quella proiezione dalla bellezza alla morale che Italo Svevo aveva dipinto perfettamente nella sua Coscienza di Zeno, nel capitolo dedicato a Carla: «nulla di tutto questo trovai poi in lei ed una volta di più appresi che la bellezza femminile simula dei sentimenti coi quali nulla ha a vedere. Così la tela su cui è dipinta una battaglia non ha alcun sentimento eroico».
Noi ci innamoriamo del calciatore nel suo gesto tecnico, lo idolatriamo perché tra i suoi piedi e nel suo cuore si nasconde l’essenza della nostra vita (l'Aleph): la gioia suprema e impareggiabile per quel che gol che attendiamo tutta la settimana, presi come siamo nelle mille (pre)occupazioni economiche, lavorative, familiari. Il dramma è che dalla sua abilità di giocoliere noi ricaviamo chissà quali altri contenuti etici, morali o virtuosi, che perlopiù sono assenti.
Per fortuna ci pensano gli stessi calciatori a svegliarci da questo rimbambimento stendhaliano. Così, a proposito di preoccupazioni economiche e quotidiane, davvero dure e frequenti per noi tutti, Alessandro Bastoni – che Inzaghi aveva definito il miglior difensore al mondo non troppo tempo fa – ha dichiarato che «il percorso per arrivare ai massimi livelli è stato lungo e impegnativo. Per la gente in generale i sacrifici li fanno soli gli operai o i muratori. Chi non è dentro questo mondo fatica a capire il sacrificio del calciatore. Giochiamo talmente tanto che siamo via da famiglia, figli, affetti. Il discorso si riduce sempre all’idea che guadagni milioni, ma il tempo è impagabile. Veder crescere mia figlia attraverso i video che mi manda mia moglie non è il massimo, ma riconosco anche che non siamo gli unici a star via tanto tempo».
Risponderebbe Sarri che «faticoso è alzarsi alle 6 per andare in fabbrica. Qui serve solo armonia di movimenti e di tempi».
Probabilmente il Basto si è espresso male, e quella storiaccia che lo vedrebbe coinvolto in un giro di prostituzione a Milano (insieme ad altri amici calciatori) è tutta ancora da verificare. Epperò i suoi amici (di Nazionale, poveri noi) Tonali e Fagioli nello scandalo scommesse ci sono finiti per davvero. Hanno pagato? Sì, molto poco invero per la gravità del fatto. È casuale che tutti questi calciatori siano italiani? Può darsi. Quello che a noi interessa, qui come a proposito delle strane fantasie erotiche di Ruggieri, è notare come tutte queste brillanti menti del nostro tempo siano in primo luogo vittime di un sistema – di nuovo – che fin dall’inizio li tratta come polli da batteria.
È il sistema calcio, specchio fedele della società contemporanea, a disumanizzare i suoi protagonisti. Così con parole decisamente più felici di Bastoni, Alexander Arnold aveva dichiarato al Guardian che le Academy chiudono i calciatori dentro una bolla, li isolano dal mondo e li lanciano nello show-business per molti difficile da sostenere del calcio. Arnold si è detto soprattutto preoccupato per chi non ce la fa a compiere il salto. Non a caso, sensibile al problema, la FA da qualche anno ha avviato un programma d’istruzione obbligatorio e molto più strutturato rispetto a quanto accade da noi in Italia per permettere a chi è bravo a giocare a calcio di ricevere una formazione adeguata. Che dovrebbe essere la normalità ma quasi sempre non lo è.
Rodri, Pallone d’Oro e Campione del Mondo spagnolo, ha dichiarato qualche tempo fa a The Players’ Tribune: «l’educazione era davvero importante nella mia famiglia. A 14 anni sono andato nel Connecticut per un camp calcistico. Niente telefono, niente wi-fi, ero da solo in un paese nuovo, cercando di fare amicizie. Sono rimasto lo stesso di allora. I miei compagni di squadra, come quelli di allora, mi prendono in giro perché dicono che sono troppo “normale”. Mia madre non direbbe di certo che sono normale. Se lo dicono di me è solo perché non mi importa nulla dei social media né di spendere 400€ per un paio di scarpe, nonostante guadagni molti soldi».
Concetti molto simili ha espresso Jude Bellingham, a riprova del fatto che laddove «la società» non ha gli strumenti, c’è la famiglia, il focolare, a porre un argine. Per chi ha la fortuna di averla, naturalmente. In una società sempre più liquida e frammentata, la famiglia è il primo e forse l’ultimo punto d’appoggio, l’ultimo fondamento che, se funziona, fa funzionare tutto il resto. Così Salvatore Esposito ci aveva rivelato: «personalmente sono cresciuto in una famiglia molto credente, e questo mi ha certamente influenzato. Tuttavia, ho scelto io di portare avanti questa mia fede. Credere, avere fede, è una questione soggettiva. Però penso che, in generale, una persona debba credere in qualcosa, debba curare il proprio animo. Al di là del calcio, anche nella vita, credo possa essere di grande aiuto, soprattutto nei momenti bui che si possono attraversare».
Bui per poca luce, ma anche per troppa – nel caso in cui arrivi ad accecare. Mettetevi nei panni di un Endrick, di un Mbappe, di un Neymar, di chi vi pare a voi: questi ragazzi e spesso ragazzini sono già superstar a 13, 14, 15 anni. Sono sempre meno rare le storie di adolescenti che firmano contratti in club importanti a 11, 12 anni – il primo di questa stirpe di precocissime superstar fu Xavi Simons. Il calciatore è «costruito» attraverso la sua immagine, e le tappe di una normale crescita sono bruciate. Chiaramente gli interessi economici in questo sistema guidano il meccanismo perverso, rendendo i calciatori uomini senza cervello né spina dorsale. Ecco perché la normalità di un Rodri è così scioccante.
Certo, sarebbe sbagliato anche accollare alla società tutti i problemi, prescindendo dalla capacità dei singoli di tirarsene fuori o quantomeno di reagire al sistema. José Mourinho lo ha sottolineato a più riprese con una schiettezza davvero necessaria: «nel calcio di oggi sembra che i giocatori siano dei bambini viziati. Manca maturità a livello personale. Prima c’erano calciatori più maturi, più pronti per la vita e meno protetti».
Di Francesco ha fatto parlare di sé per aver bandito i telefoni almeno da tavola nel ritiro del Lecce: «A tavola sono banditi, lì si parla. Per il resto, è impensabile togliere loro del tutto i social, che io non uso». Con uno spirito ancora più costruttivo Arrigo Sacchi aveva affermato di consigliare ai propri calciatori libri, visite ai musei, uscite a teatro. Qualcuno in questo senso esiste, oggi, ma è un’eccezione appunto. Hector Bellerin ad esempio ha dichiarato che durante il lockdown causato dalla pandemia ha iniziato a leggere molti libri per riempire il tempo libero e la noia: “literature has become something that has – and I know it’s a cliche – but to me, it has completely changed my life”.
Così, se l’allenatore, come anche Ancelotti ha ricordato, deve oggi lottare con “otra enfermedad” rispetto al passato, come “la adicción a sus teléfonos”, il calciatore ha la responsabilità – non fosse che in virtù dei suoi innumerevoli privilegi, con buona pace di Bastoni – di lavorare su se stesso. Perché la società, d’accordo, è onnipresente, ma il calciatore, in società, rimane un privilegiato.
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