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Non c’è certo bisogno di ricorrere a Karl Popper per sancire la fine di ogni pretesa «oggettività», dal campo scientifico a quello teologico passando per quello giornalistico – che inseguendo la visibilità della notizia ha di fatto smarrito l’etica del suo racconto. Quando però parliamo di calcio, e più ancora di fede calcistica, l’oggettività non solo è un’unità di misura utopica ma dannosa: un ostacolo all’indagine del legame viscerale tra il club e i suoi tifosi. Per comprendere certe vicende bisogna esserne coinvolti. E quando si parla del rapporto tra Claudio Lotito e i tifosi della Lazio, il nocciolo della questione è innanzitutto affettivo, emozionale, sanguigno, e solo poi tecnico, economico, politico. Se non si comprende l’aspetto empatico di questa relazione, sarà impossibile capire quello meramente sportivo.

Un fatto, magari banale per chi non vive certe dinamiche quotidianamente, può aiutarci a capire ancora meglio questo concetto. Quando Lotito – come sta capitando in questo periodo – torna ad essere sotto assedio, da più parti ma sempre da parti esterne al mondo Lazio, si sente dire che “sì, d’accordo, magari la Lazio potrebbe fare meglio, ma mica è il Real Madrid!”. E in effetti è pure vero che “Lotito, qualche risultato, lo ha portato”, dopo aver salvato la società dal baratro (versando gli oltre 20 milioni utili al successivo dilazionamento del debito). Per la precisione: tre Coppe Italia e tre Supercoppe Italiane – in 21 anni di gestione, dal 2004 ad oggi. Ma il punto è chiaramente un altro:

“Il problema è che il tifo non riguarda esclusivamente i trofei vinti. Il tifo è trascendenza, è religione. E il suo Dio deve farti sperare che ci sia qualcos’altro, un posto migliore, un altro dalla concretezza delle questioni terrene. Il che da queste parti significa spendere tanti soldi per giocatori forti che mi esaltino l’estate mentre sto al mare a leggere la Gazzetta dello Sport così poi posso gasarmi con i miei amici che tifano per la mia stessa squadra. E poi voglio pure vincere. Ma devi prima farmi sperare di vincere”. (L. Ippoliti, Lotito e i laziali: è complicato, Esquire, 25.01.2020)

Può sembrare un paradosso, ma non è forse paradossale per sua stessa essenza la fede dei tifosi di calcio? Il tifoso deve vivere di quella speranza che gli permette di vivere l’oggi, tutt’altro che escatologico, con occhi sognanti. Certo: questa speranza deve misurarsi coi fatti, e – per citare proprio Claudio Lotito – «la squadra non si fa con le figurine». Ma le figurine sono anche ciò che ci fa innamorare del gioco, ciò che permette di creare quell’epica di cui il tifoso si nutre – specie il tifoso, come è quello della Lazio, attaccato più all’ideale che al reale, in mancanza di una storia davvero vincente.



Anche qui, certo, si potrebbe obiettare che la Lazio non è la Juventus. Vero, non è però nemmeno il Como (ogni riferimento è puramente voluto). Ha una storia centenaria, la polisportiva più grande d’Europa, uno dei bacini d’utenza più estesi in Italia, una bacheca di tutto rispetto che conta, tra le altre, anche due coppe europee. La sua sede fondativa e d’utenza è nella città di Roma – checché se ne dica nello sfottò stracittadino, che semmai dimostra e contrario proprio l’appartenenza di tanti tifosi laziali alla Capitale.

Lotito risponderebbe, come in effetti ha già fatto diverse volte in passato, che quella gloria si è retta sul fallimento finanziario, sulla bancarotta e sui conti non in regola che lui, al contrario, ha sempre virtuosamente fatto quadrare. Fino a quando, però? Cosa accade, nella mente – mica nel cuore, più volte trascurato – del tifoso, quando persino l’ultima goccia di credibilità viene meno? Se «la robba sta tutta pagata»[3], perché la Lazio non ha potuto operare liberamente sul mercato? Se Lotito «non vende sogni ma solide realtà», per quale motivo il clima dentro Formello è quello della smobilitazione generale?


Andrea Staccioli / Insidefoto


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Dino Buzzati al Giro d'Italia

Per un complesso di circostanze legate forse ai capricci del destino, alla maggior parte di noi è capitata la ventura di inseguire molte cose e, va da sé, di inseguirle quasi sempre a vuoto. Un aquilone, un gatto, un amore. Un tram in anticipo, un ladro maldestro, una farfalla fra gli scarti del granturco.

Nel maggio del 1949, Dino Buzzati ha quasi quarantatré anni quando si trova a seguire qualcosa che non aveva mai seguito prima: il Giro d’Italia. È laureato in Giurisprudenza, ha da un pezzo pubblicato il Deserto dei Tartari, e lo si può tranquillamente definire uno scrittore ormai affermato. Ecco perché quando il Corriere della Sera gli chiede di mettersi alla sequela della corsa ciclistica per eccellenza, dall’inizio alla fine, come cronista, egli accetta senza esitazione, sulle orme di quanto fatto nei due anni precedenti da Indro Montanelli.

A voler essere onesti, Buzzati è un ineducato alla materia. Su sua stessa ammissione «in fatto di ciclismo l’autore è una completa bestia; non sa niente di cambi e di moltipliche, non ha nessuna chiara idea circa la strategia di corsa».

Ma le sue remore iniziali pian piano si sciolgono. Bastano infatti poche centinaia di chilometri, i primi due o tre articoli insomma, per capire che qualcosa di buzzatiano sta già venendo alla luce. Di giorno, l’autore stende con grafia incerta pochi segni su un taccuino: qualche toponimo, paesaggi abbozzati, lumache disegnate con l’ombrello. Lo fa a bordo di un’auto, su e giù per le vertebre del Paese, alle calcagna dei fratelli Rossello, di Pasotti, Biagioni e De Santi; ma improvvisamente, la notte, quando comincia a scrivere gli articoli per il giorno dopo, anche di Garibaldi, di Aladino, degli eroi di Omero.

Tra le tortuose curve della memoria, i dati di cronaca più pura si fanno in disparte, con pudore, come se l’autore sapesse già dove si andrà a parare ben prima dell’ultima tappa, da raggiungere come una carovana della fantasia. A cavallo della sua prosa, salgono dunque il vecchio Bartali, il giovane Coppi, e via via tutti gli umili gregari di quell’Italia profonda sulla cui scena si alternano «contadini, operai, lupi di mare, mamme, vecchi cadenti, paralitici, preti, mendicanti, ladri, schierati lungo quattromila chilometri».